L’Icona del Silenzio

Posted on 11 Aprile 2020 By

E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla …

sindone01 Meditazione di Papa Benedetto sull’Icona della Santa Sindone

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”. (altro…)

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Meditazioni sulla crisi che ci coinvolge

Posted on 10 Aprile 2020 By

ospitiamo molto volentieri queste meditazioni attuali:

Il vescovo emerito Antonio Mattiazzo sul Coronavirus:
La pandemia sta mettendo in ginocchio il mondo, ma potrà anche lasciare un segno positivo …

nelle nostre vite. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato – ricorda il papa – si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Comprendiamo il “segno” del Coronavirus se cominciamo a rivedere i nostri stili di vita. …

Ecco il primo intervento, pubblicato su “La difesa del popolo”, cui rimandiamo:

Di seguito, un secondo contributo, sempre del Vescovo emerito Antonio Mattiazzo, che ci ha autorizzato a diffondere:

Ce la faremo? Il coronavirus mette a prova la nostra speranza

 

L’epidemia di coronavirus ci ha accompagnato nel tempo della Quaresima come un “segno” di conversione e di ritorno a Dio, da accogliere con fede e coraggio. Ora che siamo arrivati alla Pasqua proviamo a considerare la situazione che stiamo vivendo alla luce della Croce e Risurrezione di Gesù. Se lo facciamo, tutto cambierà di segno e acquisterà un senso nuovo, la nostra vita diventerà “pasquale”, una speranza audace subentrerà alla paura.

La Croce è la morte di Gesù. Uomo vero, nessuno più di Lui ha provato il ribrezzo della morte, perché la cosa più opposta a Dio, che è Vita e Bellezza infinita ed eterna. Ma ha voluto fare l’esperienza della morte e della morte più ignominiosa e atroce, sentendosi abbandonato. L’ha fatto perché ha scelto liberamente di essere solidale con noi, penetrando fin nell’abisso della nostra condizione umana mortale, ma per vincerla e riportare la vita. Così facendo ha cambiato il senso della morte, che non è più una condanna, ma il passaggio alla vita immortale.

Volgendo ora lo sguardo all’epidemia di coronavirus, constatiamo che la nostra congenita fragilità, di cui questo flagello ci ha fatto prendere più viva coscienza, diviene impotenza di fronte alla morte. L’infezione sta mietendo migliaia di morti, specie tra i più anziani. Ogni sera la Protezione civile ci consegna, come in un bollettino di guerra, il numero dei morti. La morte manifesta il suo aspetto più lugubre e impietoso quando vediamo le bare caricate su camion, senza un corteo funebre, diretti verso una destinazione sconosciuta. Pensiamo al dolore dei familiari, privati anche di un ultimo gesto di pietà. Di fronte a tanta sofferenza, è stato un atto molto delicato quello dei nostri Vescovi, che si sono recati in cimitero per pregare e benedire i defunti che dormono in attesa della risurrezione (questo è il senso della parola “cimitero”).

C’è un pensiero, una domanda che rimane come celata, forse rimossa nelle tante informazioni e discorsi che si fanno: che ne è dei morti stroncati dal virus? Si dice per incoraggiarci “ce la faremo! “Ma anche se ce la faremo, sarà ancora per quanto tempo? Non siamo forse tutti mortali? Siccome la scienza e la cultura secolarizzata del nostro tempo non hanno risposte a questa domanda, si preferisce tacere, oppure dare risposte evasive. Qualcuno ha detto: noi non combattiamo contro la morte – è una battaglia già perduta in partenza- ma per avere un po’ più di tempo da vivere in questo mondo. Pur apprezzando il valore della vita, in questo pensiero leggo la rassegnazione e, nel fondo dell’anima, un senso di tristezza. L’attuale sofferenza, allora, sarebbe solo una parentesi negativa, senza alcun senso? La nostra speranza allora si arresta sulla soglia della morte? Sul senso del morire e sul dopo-morte è calato il silenzio. Quel che colpisce è che anche la voce cristiana, almeno nella sfera pubblica, pare affievolita e trova difficoltà ad esprimersi e proporre un discorso sensato e fiducioso sulla vita oltre la morte agli uomini d’oggi. Forse si è ancora intimiditi da chi accusava i cristiani di sprecare, guardando al cielo, le energie destinate al progresso sulla terra. Si è da molti risposto mostrando un generoso impegno nella carità e nel sociale. Questo è certamente cristianesimo genuino. Ma non è tutto, se l’orizzonte del fine ultimo della vita si è offuscato e spenta è la speranza oltre la morte. Non è tutto, perché un progresso solo materiale rimane insoddisfacente: “chi beve di quest’acqua – dice Gesù – avrà di nuovo sete” (Gv 4, 13). Ciò che è venuto a mancare è proprio questo accordo tra cielo e terra, fra progresso umano e Regno di Dio, fra tempo ed eternità. L’averli separati è il grande errore, una grande disgrazia. Se rappresenta un’alienazione religiosa quella di sottrarre valore alla terra in nome del Cielo, ancor peggiore è l’alienazione materialista che assolutizza la vita terrena fino ad eliminare la vita eterna. Una delle conseguenze è una speranza corta e miope, insufficiente e, alla fine, sconfitta di fronte alla realtà ineluttabile e universale della morte, che conferisce alla natura un potere assoluto, capace di annientare anche tutto il bene compiuto. È triste la terra se non è illuminata dal sole di giorno, se le stelle non brillano nell’oscurità della notte. Occorre uscire dagli schemi troppo angusti e dagli scopi troppo bassi in cui abbiamo rinchiuso la nostra vita e i nostri desideri, perché si rivelano incapaci di darci un senso e di infonderci speranza quando tutto viene meno in questo mondo.

Chi ha partecipato alla straordinaria preghiera di Papa Francesco il venerdì 27 marzo scorso è rimasto colpito dallo scenario del tutto insolito che ha visto. Il momento più carico di significato è stato quando il Papa, solo nella piazza deserta e sotto un cielo plumbeo, quando già erano calate le ombre della sera, ha innalzato l’ostensorio dov’era presente il Signore Vivente per benedire tutta l’umanità di oggi, smarrita nella tempesta del coronavirus. In quel momento di luce mi risuonavano le memorabili parole di Cristo di fronte al sepolcro di Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno “(Gv 11, 25-26). Parole di potenza divina che irrompono nel buio della morte e rivelano il Vincitore della morte e Donatore di una vita che va aldilà della morte terrena. È il Cristo, vincitore della morte e risorto alla vita immortale che svela e compie la nostra vocazione alla vita eterna. Perché Dio non ci ha destinati alla morte, ma alla vita e alla felicità eterna.

Fondato su questa fede, S. Paolo ci ha detto una stupenda verità che illumina i momenti bui della nostra esistenza terrena: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? “(Rm 8, 35). Non c’è tribolazione o angoscia, non c’è virus, non c’è neppure la morte che ci possa separare dall’amore di Cristo. La morte non ha potuto vincere il suo amore divino ed infinito. La Liturgia canta: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”.

Il Cristo in cui crediamo non è rinchiuso nel passato, vive nel presente e ci attira verso di Lui nella gloria. Nel Battesimo noi siamo stati uniti al Cristo morto e risorto. Cristo ha già incontrato la mia morte e mi ha fatto partecipe della sua vita nuova ed eterna. La mia vita deriva dalla Pasqua e tende verso la Pasqua eterna.

Questa prospettiva così grandiosa l’abbiamo forse sepolta nel fondo del nostro cuore. Ma non è sparita. Perché non risvegliarla e farla risalire alla luce della coscienza, farla rientrare nella nostra vita? Cerchiamo, in questo tempo di Pasqua, di rientrare in noi stessi, ascoltiamo la nostra anima, il nostro cuore, ascoltiamo soprattutto la voce di Dio. Il Signore Risorto non è lontano da noi, ci avvolge con la sua luce, apriamo a lui il nostro cuore. A questa condizione, in ogni caso “ce la faremo”e nulla andrà perduto, neppure la sofferenza, perché la fede dà un senso anche alla sofferenza. Sperimenteremo allora che la paura e l’angoscia cedono alla fiducia e alla speranza. Chi possiede questa forte speranza, non solo guarderà al domani senza timore, ma si sentirà pure animato ad impegnarsi ancor di più nel servizio del prossimo con la certezza che nessuna opera buona sarà vana e senza ricompensa eterna.

Il tempo sulla terra è il tempo che Dio ci dona per confezionare l’abito per partecipare al banchetto delle nozze eterne nel Regno di Dio. È necessario confezionarlo oggi, perché giunti là, non ci sarà più tempo. Il filo d’oro con cui intessere l’abito è l’amore, quello autentico. Perché nella vita eterna non entrerà neppure un granello di egoismo, ma solo l’amore.

5 aprile 2020                                                                  Antonio M.

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Lettura dell’icona: la discesa agli inferi

Posted on 10 Aprile 2020 By

Lettura dell’icona: la discesa agli inferi

«Il Cristo è risorto dai morti, con la sua morte calpestando la morte e ai morti nei sepolcri donando la vita. Risorgendo dalla tomba, come aveva predetto, Gesù ci ha donato la vita eterna e la grande misericordia!». (Canone di G. Damasceno – Ode I)

Il Cristo risorto

«Per riempire tutte le cose della tua gloria sei disceso nelle profondità della terra». (Ode I)

 

 

 

 

Le porte dell’Ade

«Si aprirono a te con timore le porte della morte, o Signore; e i custodi dell’Ade, vedendoti, sbigottirono. Infatti, infrante le porte di bronzo e spezzate le sbarre di ferro, tu ci hai tratto fuori dalle tenebre e dall’ombra di morte, rompendo i nostri legami!». (Vespri)

La Discesa agli Inferi è proprio la Festa delle feste e la Chiesa ne afferma l’importanza in un articolo del Credo, il Simbolo apostolico.

Purtroppo la nostra tradizione occidentale ha abbandonato questo tema e le immagini di Cristo che apre le porte di una grotta e fa uscire una fiumana di persone arrivano fino al medioevo col Beato Angelico.

Per indicare la realtà dei nostri progenitori esclusi dal contatto con Dio dopo il peccato originale, il simbolo è due porte ben sbarrate con chiavistelli, chiavi, catene; ebbene, non solo vengono aperte dal Cristo, ma sono addirittura scardinate con un’esplosione di chiodi, cardini, catenelle, eccetera.

Non si tratta di una fessura da cui ci si infila a fatica, ma della Grazia che ci viene concessa con abbondanza nell’opera salvifica del Cristo, come un fiume in piena.

La figura centrale della nostra icona che è questo Cristo luminoso e glorioso scende nell’Ade vittorioso sulla morte, è un vincitore, è un risorto.

Cristo che scende agli Inferi è il Cristo del nostro quotidiano che ci viene a visitare nella nostra vita, nella nostra condizione di stare nella tenebra, nella nostra esistenza umana, nella nostra condizione di incapacità di amare, di vedere la luce.

Adamo

«Sei disceso sulla terra per salvare Adamo, o Signore, e, non avendolo trovato sulla terra, sei andato a cercarlo fino nell’Ade». (Enkomia – I stanza)

Nell’icona della Discesa agli Inferi Adamo – spesso avvolto in un mantellone che lo rende maestoso, pieno e anche quasi pesante – è sempre inginocchiato e il Cristo che lo prende per mano dà proprio l’impressione di tirarlo su.

Eva

«Dal tuo fianco trafitto dalla lancia, o Salvatore, tu distilli la vita su Eva, la madre della vita, che mi esiliò dalla vita, e con lei vivifichi anche me». (Enkomia – I stanza)

L’altra figura che accompagna la Discesa agli Inferi è quella di Eva; qualche volta Adamo ed Eva sono dalla stessa parte, però nella maggior parte delle icone si è imposta questa composizione simmetrica: Cristo al centro, Adamo ed Eva ai lati.

Eva è molto diversa da Adamo e mentre Adamo sembra quasi pesante Eva non lo è affatto.

Del colore rosso del manto di Eva è facile comprendere il simbolo: Eva vuol dire madre dei viventi e quindi il rosso è il colore dell’energia che dà la vita, l’amore, la passione, la maternità.

Davide, Salomone, il Precursore, Abele, Mosè, i profeti…

 

«I prigionieri trattenuti nei ceppi dell’Ade videro la tua incommensurabile misericordia e con passo esultante si affrettarono, o Cristo verso la luce, applaudendo alla Pasqua eterna!». (Ode V)

 

Subito dopo vediamo comparire fra i personaggi gli Unti, che attendevano questo momento della salvezza che Cristo risorto ha instaurato nell’Universo.

Giovanni Battista, il suo precursore, che anche nell’Ade svolge come il compito di annunciatore: infatti ha sempre la mano protesa ad indicarlo.

Altri due personaggi che ritroviamo sempre incoronati sono Davide e suo figlio Salomone.

A questi si aggiungono altri che non hanno una ricorrenza fissa: più frequentemente c’è Abele, poi Mosè, poi Noè e dei profeti.

I profeti sono riconoscibili da uno strano berretto, chiamato berretto frigio, piccolino rosso con una fascia bianca che lo lega, e possono essere Daniele, Michea, ma essendo personaggi secondari nella rappresentazione, non hanno una necessità di identificazione.

Mosè è invece riconoscibile perché regge le tavole della Legge, Noè tiene una piccola barca in mano, Abele ha un bastone da pastore e spesso è vestito di pelliccia.

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Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi!

Posted on 9 Aprile 2020 By

Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te? Responde mihi!

Meteore (Grecia) monastero della Trasfigurazione

Christus patiens, Meteore (Grecia) monastero della Trasfigurazione

Quia eduxi te de terra Aegypti:
parasti Crucem Salvatori tuo.

Quia eduxi te per desertum quadraginta annis,
et manna cibavi te,
et introduxi in terram satis optimam:
parasti Crucem Salvatori tuo.

Quid ultra debui facere tibi, et non feci?
Ego quidem plantavi te vineam meam speciosissimam:
et tu facta es mihi nimis amara:
aceto namque sitim meam potasti:
et lancea perforasti latus Salvatoris tui.

Ego propter te flagellavi Aegyptum cum primogenitis suis:
Et tu me flagellatum tradidisti.

Ego te eduxi de Aegypto, demerso Pharaone in mare Rubrum:
Et tu me tradidisti principibus sacerdotum.

Ego ante te aperui mare:
et tu aperuisti lancea latus meum.

Monte Athos (Grecia) monastero Stavronikita. Affresco di Teofane cretese

Monte Athos (Grecia) monastero Stavronikita. Affresco di Teofane cretese

Ego ante te praeivi in columna nubis:
Et tu me duxisti ad praetorium Pilati.

Ego te pavi manna per desertum:
Et tu me cecidisti alapis et flagellis.

Ego te potavi aqua salutis de petra:
Et tu me potasti fele et aceto.

Ego propter te Chananaeorum reges percussi:
Et tu percussisti arundine caput meum.

Ego dedi tibi sceptrum regale:
Et tu dedisti capiti meo spineam coronam.

Ego te exaltavi magna virtute:
Et tu me suspendisti in patibulo crucis.

Aghios o Theos. Sanctus Deus.
Aghios Ischyros. Sanctus fortis.

Aghios Athanatos, eleison hymas.
Sanctus Immortalis miserere nobis.

(Dalla liturgia del venerdì santo).

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Iniziativa per una meditazione in tempo di crisi

Posted on 28 Marzo 2020 By

Con l’utilizzo di immagini iconografiche e di miniature medioevali viene proposta

una lettura ecclesiale dell’Apocalisse di San Giovanni Apostolo,

in preparazione della Pasqua, a cura di Annarosa Ambrosi.

Per partecipare connettiti a YouTube

sul canale di Annarosa Ambrosi, cliccando qui

alle ore 20,45 dei giorni 4 – 6 – 8 aprile 2020

È NECESSARIO ESSERE PROVVISTI DI BIBBIA CEI 2008

Si invita ad essere provvisti anche dei  testo in versione strutturata prelevandolo qui

Chi desidera potrà  interagire con la relatrice, previa iscrizione al canale.

Torna a trovarci, grazie

locandina del corso

 

      ecco il video di presentazione

 

Settimana Santa 2020

Iniziativa per una meditazione in tempo di crisi:

In preparazione alla S. Pasqua, segui la…

Pubblicato da Iconografi su Giovedì 2 aprile 2020

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Riflessioni per la Quaresima

Posted on 26 Marzo 2020 By

I Santi Padri del deserto dei primi secoli del cristianesimo, con la loro vita dura e ascetica, ci suggeriscono le seguenti riflessioni:

padri del deserto

 

La Quaresima è un tempo di silenzio.

Silenzio e interiore ed esteriore: con noi stessi per lasciar posto all’Altro e per non disperderci nelle preoccupazioni mondane.

La Quaresima è un luogo di deserto, in cui si fortifica lo spirito nella sua lotta contro le tentazioni, che ci seducono sulla via del male.

La Quaresima è un tempo privilegiato di digiuno e preghiera, per la purificazione del nostro essere, per una vita più sobria e attenta alle necessità dello spirito e alle necessità dei fratelli.

La Quaresima è il tempo privilegiato della riconciliazione e del ritorno a Dio, ponendo al centro delle nostre attività la lettura e la meditazione della sua Parola.

La Tradizione della Chiesa Cristiana d’Oriente ci invita a un recupero della preghiera del cuore: quella del pubblicano che, dal profondo della sua indegnità, così semplicemente pregava (Lc 18,13) :

“O Signore, abbi pietà di me peccatore”

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La Vergine tesse un corpo a Dio

Posted on 25 Marzo 2020 By

di Giovanni Mezzalira
L’icona dell’Annunciazione – 25 marzo

Icona russa del XVI secolo - scena dell’inno Acatisto

Icona russa del XVI secolo – scena dell’inno Acatisto

Nella pienezza dei tempi, amorevolmente preparati dalla Divina Sapienza, finalmente si inaugura una ricreazione del mondo. L’evento inizia in un piccolissimo spazio che diventa il portale dell’ingresso di Dio nella storia.

Palermo – Chiesa di S.Maria dell’Ammiraglio – Mosaico arco trionfale

La rappresentazione dell’Annunciazione si colloca infatti sulle Porte Regali oppure sull’arco trionfale, spazi liturgici che introducono nel presbiterio, immagine del Cielo in terra. A portare il Cielo in terra è lei, la Vergine predetta da Isaia, la Vergine del Segno o Platitera, il cui grembo è più ampio dei cieli.

Annunciazione

I Padri della Chiesa, veri poeti teologi, così si esprimono: «Il grembo della Vergine ha tessuto il corpo di Cristo con tinta di porpora» (grande canone di sant’Andrea di Creta).
San Proclo canta il grembo di Maria «come se fosse una filanda che ha tessuto con una spola divina un chitone non cucito, il corpo indossato da Dio».
L’iconografia, ispirata al linguaggio dei Padri, dà visibilità alla dinamica di questo mistero raffigurando la Vergine che acconsente al progetto salvifico con una manina protesa che appena fuoriesce dal maphorion in umilissima postura e quindi inizia la tessitura con una matassa di lana rossa che, trasformata in filo, è avvolto sulla rocca.

Icona dell’Annunciazione di Ustiju

La trasposizione visiva del concepimento può essere più esplicita, come in questa icona dell’Annunciazione di Ustijug dove è già raffigurato in un ovale rosso il Bambino Gesù.
Il 25 marzo, nove mesi prima del 25 dicembre, c’è già tutto Gesù.
Il filo rosso ci rivela una dimensione di regalità ma anche di martirio.
Questo corpo e sangue di un Dio incarnato, costruito come un tempio corporale dal corpo e dal sangue (e si può aggiungere dal latte) di questa fanciulla di Israele della stirpe di Davide, sarà l’Agnello sacrificato, immolato dall’inizio dei tempi, per l’incessante peccato dell’uomo.
Nel sangue di Cristo è presente una misteriosa corredentrice di cui ci è ignota la vera grandezza di martirio.
Nell’iconografia dell’Annunciazione diffusa in occidente notiamo l’assenza di questo simbolo, al quale è preferito il Sacro Libro, come in questo mosaico di Cavallini nella chiesa di S. Maria in Trastevere a Roma. Sicuramente questa formula rispecchia maggiormente la realtà storica del momento della visita dell’arcangelo che coglie la Vergine in preghiera o nella lettura della Sacra Scrittura; il Vangelo di Giovanni poi esplicita il mistero del Verbo che si fa carne.
Quale simbolo preferire? L’iconografia sacra ha la necessità di esprimere precise realtà teologiche il più concretamente possibile inserite nei fatti storici, ma le formule non sempre sono uniche.
La tradizione iconografica ci mostra anche un altro personaggio con in mano un fuso e una conocchia: si tratta della nostra progenitrice Eva, vestita dal Signore dopo il peccato con una tunica di pelle, come in questo mosaico di Monreale.
Possiamo riflettere su alcune corrispondenze che collegano l’inizio dei tempi dei nostri progenitori, con la pienezza dei tempi di Maria. I simboli sono simili: porte che si chiudono e che si riaprono, il lavoro come fatica e come redenzione, il vestito di pelle animale e il vestito regale della bellezza divina unita a quella umana…
Ma ognuno può qui, con l’aiuto dello Spirito Santo, aggiungere le proprie evocazioni.

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Preghiera a Gesù

Posted on 23 Marzo 2020 By

Preghiera a Gesù
(dalla liturgia bizantina delle Ore)

Pantocrator

Tu che in ogni tempo e in ogni ora, nel cielo e sulla terra sei adorato e glorificato o Cristo Dio,
Tu che sei infinitamente paziente, molto compassionevole, molto misericordioso,
Tu che ami i giusti e hai pietà dei peccatori,
Tu che chiami tutti alla salvezza del tuo regno,
Tu, o Signore, accogli in quest’ora la nostra preghiera e dirigi la nostra vita secondo i tuoi comandamenti.
Santifica le nostre anime, purifica i nostri corpi, dirigi i nostri pensieri, liberaci da ogni afflizione, male e dolore;
non permettere mai che ci separiamo da Te.
Circondaci con i tuoi santi angeli affinché protetti e guidati dal loro aiuto possiamo raggiungere l’unità della fede e la pienezza del tuo amore,
perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen

 

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L’arte sacra ha un suo ruolo nello spazio liturgico

Posted on 7 Marzo 2020 By

La Chiesa possiede un patrimonio tradizionale di grande ricchezza artistica: chiese, cattedrali, santuari, vie crucis, sacri monti, percorsi di pellegrinaggio… canti liturgici, preghiere, litanie, salmi…lampade, incensi, candele… e infine immagini, icone, pale d’altare, polittici, retabli, stoffe ricamate, paramenti liturgici…
Una ricchezza vastissima che in gran parte non diventa obsoleta ma, anzi, si carica di “presenza” ed ha aiutato la vita della fede nel passato ed aiuta oggi come “sacramentale” del Regno di Dio.
Infatti, la Sapienza ha “conformato” al mistero di Cristo tutte queste concrete manifestazioni esprimendole in un linguaggio particolare. L’immagine sacra ha questo linguaggio specifico nell’icona. La Chiesa d’Oriente lo conserva tutt’ora, mentre la Chiesa

Le nozze di Cana - abside - Chiesa di S. Maria Maggiore - Bussolengo

Le nozze di Cana – Chiesa di S. Maria Maggiore – Bussolengo

d’Occidente ne conserva dei frammenti mescolati al linguaggio naturalistico dell’umanesimo.
Ultimamente la riscoperta dell’icona ha interessato anche l’occidente, insieme ad un consolidamento delle sue fondamenta teologiche.
Il pittore dell’icona apprende, per via di tradizione, da maestro a discepolo (e non da internet) questo linguaggio che gli insegna a rappresentare correttamente i misteri cristiani.
E’ facile comprendere che questi misteri non possono essere espressi dalla fantasia di un artista e devono avere almeno un riscontro nella Sacra Scrittura, nella Tradizione e nei Segni dei Tempi.
Il pittore iconografo, apprendendo il linguaggio dell’icona, si prepara ad uno spirito di servizio nella Chiesa.
Egli si abitua a condividere uno stile pittorico con altri pittori, del passato e del presente, rendendo possibile un lavoro, anche di gruppo, facilmente leggibile da tutti.
Quando compone, l’iconografo rispetta la struttura “cristocentrica” gerarchica, dove la Madre di Dio, gli angeli e i santi hanno il loro giusto posto.
Se non ha una formazione teologica si deve affidare ad un esperto nella teologia dell’immagine.
L’icona non è firmata dal suo autore benché egli l’abbia realizzata in stretto collegamento con la sua persona e la sua fede tanto da lasciarne una inevitabile impronta ed è per questo che si richiede una vita di preghiera da parte dell’iconografo, come del resto ad ogni ministro ecclesiale.
Il pittore di icone cerca sempre una aderenza alla realtà, alla verità, alla Sacra Scrittura, alla sobrietà, alla semplicità ed all’unità: egli sa che una composizione unitaria, organica, produce per analogia pace ed ordine.
Il tratto caratteristico dell’icona che differenzia subito il linguaggio dell’arte sacra da quello mondano è la dimensione escatologica che “impregna” intimamente la tecnica pittorica e stupisce l’uomo moderno.
Quest’aspetto, detto in termini teorici, può essere semplicemente espresso come “l’eterno di Dio che con l’Incarnazione compenetra il tempo dell’uomo generando una trasfigurazione che c’è già, anche se non ancora in pienezza “.
Ma quali sono i simboli pittorici adatti ad evocare questo mistero?
– lo sfondo d’oro che da un carattere di eterno presente e fa superare la contingenza spazio-temporale; – la luce che con i suoi colori trasfigura volti, vestiti, edifici…
– il disegno netto, preciso, ben leggibile in ogni dettaglio, che sottrae ogni cosa all’incertezza, alla confusione, alla casualità, alla relatività ma la colloca in una dimensione di definitività, di “pienezza”;
– la compostezza dei personaggi colti nel gesto più pregnante e intenso…
– il far sentire al fedele la presenza dei personaggi rappresentati, i cui sguardi sono rivolti verso di lui con un movimento di “incontro”
– l’evitare opere fini a sé stesse ma finalizzate al richiamo del fedele, come dei veri sacramentali, che sono strumenti della Grazia di Dio, e non oggetti da idolatrare.

 

Le nozze di Cana - abside - Chiesa di S. Maria Maggiore - Bussolengo

Le nozze di Cana – Chiesa di S. Maria Maggiore – Bussolengo

In tutte le opere di Dio c’è la perfezione divina. Ne consegue che non c’è nulla di inutile ed anche i particolare possono diventare “specchio” per l’uomo della totalità di Dio e meta ultima di ogni cosa. Questo carattere della vita di Dio unita all’umanità, spiega come molte chiese siano intitolate a singoli episodi evangelici: l’Annunciazione, l’Assunzione, la Natività… senza tema di essere incompleti, perché ogni episodio di Dio nella storia rinvia al tutto.
Il ciclo della “Via Cristi” realizzata secondo la Passione dell’evangelista S. Giovanni cristallizza in ogni quadro un mistero da meditare in sé stesso pur facendo parte di un “percorso”.
Gli episodi del vangelo più solenni sono stati fissati con le grandi feste dell’anno liturgico, tuttavia ogni vangelo domenicale può diventare un’icona e una festa liturgica. Lo si può ben cogliere nelle domeniche di Avvento o in quelle della Quaresima (la domenica della Samaritana, del Cieco nato, di Lazzaro…).
In questo spirito si può comprendere come la scelta di ogni immagine come quella che rappresenta le Nozze di Cana possa essere utilizzata come pala d’altare, cioè immagine da tenere sempre davanti, senza timore d’incompletezza o di occupare indebitamente il centro dello spazio liturgico.
Le Nozze di Cana evocano, infatti, diversi temi centrali per la fede:
-la forza di intercessione della Madre di Dio, in grado addirittura di far anticipare gli eventi divini;
-la presenza di Gesù nel quotidiano dell’uomo, presenza santificante che trasforma una festa di nozze da una “mancanza di qualcosa” ad una esuberante “pienezza”;
-la santificazione del matrimonio
-la dimensione “nuziale” ricapitolatrice del rapporto di Dio con l’umanità, o di Dio con l’anima.
-La dimensione “conviviale”, anticipo e modello della beatitudine paradisiaca
-La preparazione al mistero eucaristico della trasformazione del vino nel sangue di Cristo, essenza di tutta la liturgia…
Ecco, soltanto alcune, delle suggestioni evocate dall’episodio delle Nozze di Cana: tutto ci riporta al “centro” dell’esistenza dell’uomo sul modello del racconto evangelico.

Giovanni Mezzalira

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Riflessioni sulla teologia, sull’estetica e sull’ermeneutica dell’Icona

Posted on 20 Febbraio 2020 By

Queste riflessioni nascono da un continuo confronto e passaggio dall’esecuzione dell’icona alla riflessione su di essa, e dalla riflessione sull’icona a quella sulla Sacra Scrittura, guidata, quanto al metodo, dalle indicazioni offerte dai  primi teologi e pensatori cristiani, i Padri della Chiesa,  confortata dal fatto che questo metodo è tuttora vivo nelle chiese cristiane d’Oriente.
La mia esperienza è inoltre di confronto con il modo di vivere l’icona da parte della Chiesa d’Oriente, in particolare quella ortodossa russa, che in questo momento sembra vivere un particolare momento di giovinezza spirituale.
 
 

Ritengo che la Verità contenuta nella Scrittura sia la stessa che viene “scritta” nell’icona, secondo l’espressione di Teodoro studita (VII-IX secolo), ripresa dalla Lettera dell’attuale Pontefice in occasione del XII centenario del Concilio di Nicea, che dice: “Ciò che da una parte è espresso dall’inchiostro e dalla carta, dall’altra, nell’icona, è espresso dai diversi colori e da altri materiali”(Duodecimum saeculum § 10). Penso che ciò sia valido non solo in riferimento alla forza didattica o illustrativa dell’icona, come se si trattasse di una semplificazione per gli illetterati (biblia pauperum), ma con la stessa carica semantica, con la molteplice ricchezza di significati di cui è dotata la Scrittura, con la differenza che, mentre la Parola è percepita col senso dell’udito, l’immagine è percepita dal senso della vista. (altro…)

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