Vestita di Sole – 15 agosto – festa dell’Assunta

Il linguaggio universale che avvia alla preghiera.

 

Dormizione della Madre di Dio, fine XII sec., Mosca, Galleria Tretiakov

La Madre di Gesù è il soggetto prevalente delle icone, quelle antiche e quelle moderne realizzate in base a un linguaggio che a Padova è stato riportato in auge dalla scuola San Luca.
“La Madonna compare con frequenza sia nelle piccole icone di devozione individuale e familiare, sia nelle grandi icone delle feste, per il suo ruolo eminente nella storia della salvezza. La sua presenza si esprime in un numero preciso di tipologie che sono attribuite a San Luca e che attingono a significati universali”.
Il linguaggio iconografico, che viene insegnato nei corsi, tradizionalmente avviati il 18 ottobre, festa di San Luca, non vuole rappresentare momenti di vita o esprimere il sentimento dell’artista, ma piuttosto dare forma all’archetipo individuale e collettivo del sacro.

“Vediamo per esempio la “Dormitio Virginis” con cui la tradizione orientale raffigura l’Assunzione. Vi si leggono tre livelli: quello inferiore con il catafalco e gli apostoli, quello centrale con il Cristo glorioso che prende in mano l’anima di Maria e quello superiore in cui la Madonna viene accolta nella gloria della nuova Gerusalemme, sposa dell’Agnello. La Madonna è il simbolo della Chiesa che alla fine dei tempi si ricongiunge al suo sposo”.
Non a caso questa icona veniva posta sulla porta di uscita della chiesa, quasi a suggello della storia di salvezza. L’anno liturgico che comincia con la Natività di Maria finisce con l’Assunzione, l’ascesa al cielo della Madre di Dio che rappresenta tutti noi nella Chiesa.
“Il linguaggio iconico non è astruso e astratto, ma universale e immediato, non ha bisogno di spiegazioni. L’atteggiamento, lo sguardo e il colore esprimono contenuti che qualsiasi fedele può trovare e davanti a cui viene spontanea la preghiera”.
Da una intervista ad Annarosa Ambrosi pubblicata su “La Difesa del Popolo”.

Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede

Santi Cirillo e Metodio

Santi Cirillo e Metodio

Cirillo e Metodio, fratelli nel sangue e nella fede, nati a Tessalonica (attuale Salonicco, Grecia) all’inizio del sec. IX, evangelizzarono i popoli della Pannonia e della Moravia. Crearono l’alfabeto slavo e tradussero in questa lingua la Scrittura e anche i testi della liturgia latina, per aprire ai nuovi popoli i tesori della parola di Dio e dei Sacramenti. Per questa missione apostolica sostennero prove e sofferenze di ogni genere. Papa Adriano II accreditò la loro opera, confermando la lingua slava per il servizio liturgico. Cirillo morì a Roma il 14 febbraio 869. Giovanni Paolo II con la lettera apostolica “Egregiae virtutis” del 31 dicembre 1980 li ha proclamati, insieme a San Benedetto abate, patroni d’Europa (Messale Romano).

14 febbraio. Memoria dei santi Cirillo, monaco, e Metodio, vescovo. Questi due fratelli di Salonicco, mandati in Moravia dal vescovo di Costantinopoli Fozio, vi predicarono la fede cristiana e crearono un alfabeto per tradurre i libri sacri dal greco in lingua slava. Venuti a Roma, Cirillo, il cui nome prima era Costantino, colpito da malattia, si fece monaco e in questo giorno si addormentò nel Signore. Metodio, invece, ordinato da papa Adriano II vescovo di Srijem, nell’odierna Croazia, evangelizzò la Pannonia senza lesinare fatiche, dovendo sopportare molti dissidi rivolti contro di lui, ma venendo sempre sostenuto dai Romani Pontefici; a Staré Mešto in Moravia, il 6 aprile, ricevette il compenso delle sue fatiche (Martirologio Romano).

 

L’incontro

l’icona della Presentazione al Tempio – 2 febbraio

Il significato etimologico della parola liturgia è “azione a favore del popolo” e, analogamente, l’icona è dipinta per produrre e stimolare un effetto benefico nel fedele e non per dare solennità ai suoi contenuti sacri.

In sostanza, le icone sono pensate per il nostro bene e non fine a se stesse. L’immagine iconografica ha una specifica finalità: fissare una pienezza, una definitività, un culmine sottolineandola anche in singoli episodi.

Presentazione al Tempio – Affresco della Macedonia

 

È così che in un particolare avvenimento della vita di Cristo, la sua Presentazione al Tempio, fra i personaggi che compongono questa scena, c’è anche il vecchio Simeone che accoglie il Bambino. Questo dettaglio è diventato un soggetto sacro degno di essere collocato, nella teologia dello spazio sacro, al centro dell’abside, proprio nel cuore dello spazio presbiteriale. Del resto, basta riflettere un attimo e si capisce che Simeone ebbe premiata la sua fiduciosa attesa del Messia e nel momento in cui stringe il Bimbo fra le braccia non può che esprimere la pienezza della sua gioia giunta al culmine e non desiderare nulla di più. Dal suo cuore scaturisce allora quell’inno (Nunc dimittis) cantato tutte le sere a compieta dalla Chiesa orante. Continua a leggere

O divina Sapienza

O divina Sapienza
sorriso di Dio all’alba della creazione
splendore e bellezza delle sue opere
lampo di gioia negli occhi delle stelle
timore del Signore nei figli di Adamo,
donaci un cuore docile
per comprendere e accogliere le tue leggi di vita!

 

 

O divina Sapienza
icona della bontà di Dio nel volto delle creature
sposa amata dal Signore dell’universo
e madre di tutti i beni.
Madre di Dio.
Raffina col fuoco il nostro cuore e la nostra mente
rendici degni di accoglierti e di servirti! 

O divina Sapienza
nuvola d’incenso profumato
davanti alla tenda del nostro Dio
albero maestoso che cresce
presso la fonte della vita,
guarisci le nostre malattie
e rendici degni di lodarti a voce spiegata!

O divina Sapienza
che inviti alla mistica cena
delle tue nozze con l’Agnello
vergini sagge e stolte,
liberaci dalle ottuse tenebre dell’ignoranza
tieni accesa la fiamma
che dà luce al nostro cammino!

O divina Sapienza
amica degli uomini giusti
apparsa sulla terra nella pienezza dei tempi
che entri nelle anime dei santi
e formi amici di Dio e profeti,
vieni, abita in noi,
e fa’ che condividiamo il tuo pane con i nostri fratelli!

O divina Sapienza
elargita a quanti sono in comunione di vita con Dio
tu che risiedi in loro
come nella città diletta
governata con bontà e giustizia,
ammaestraci in ciò che ti è gradito
e fa’ fiorire la pace!

O divina Sapienza
che parli dal legno della Croce
e con potenza salvi i destinati al naufragio
rinnova il cuore di ogni uomo
tergi ogni lacrima dai nostri occhi
perché tutti possiamo cantare:
“Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”.

Corso estivo d’iconografia 2020 a Villa Immacolata Torreglia (PD)

I CORSI PROPOSTI

 

a Villa Immacolata Torreglia (PD)

circondata da ampio parco

nello splendido scenario dei Colli Euganei

da domenica 14  a domenica 21 giugno 2020

 

Principianti

Il corso propone l’esperienza della pittura completa di un’icona, attraverso tutte le sue tappe, evidenziando la tecnica, l’estetica e la teologia in essa racchiuse. Il corso è una piccola esperienza che può avere risonanza e illuminare ambiti più vasti dell’intera nostra vita, dalla preghiera, dalla liturgia, dai rapporti interpersonali…

 

 

Allievi che abbiano già avuto esperienza nella pittura delle icone

Da due anni i maestri propongono, a chi lo desidera, di entrare nell’esperienza della scrittura dell’icona per il servizio della preghiera comunitaria. Ogni icona, oltre ad essere fatta per la propria casa, deve avere anche il ministero di far pregare. È stato iniziato un lavoro di gruppo per decorare l’abside della chiesa di Villa Immacolata che raffigura la Madonna in trono con il Bimbo sulle ginocchia, circondata da Angeli e dai Santi padovani. Se non si si dovesse riuscire a formare il gruppo di lavoro, agli allievi verrà proposto un corso classico, con soggetto da definire.

 

Le tappe di esecuzione dell’icona riguardano:

✦ la tavola di legno e la sua preparazione con gesso

✦ la stilizzazione del disegno, “alfabeto” della scrittura iconografica

✦ la doratura

✦ la tempera all’uovo

✦ i colori e i pigmenti naturali

✦ la tecnica delle lumeggiature

✦ le iscrizioni

✦ la verniciatura finale.

 

Trovi qui il dépliant con tutte le indicazioni, e i numeri di telefono per ulteriori informazioni.

oppure chiedi qui informazioni ulteriori


 

L’icona della Visitazione

L’ICONA DELLA VISITAZIONE

Affresco di Dionisi nel monastero di Feraponto: illustrazione dell’inno Acatisto

La festa della Visitazione si celebra nel calendario romano il 31 maggio, mentre l’episodio evangelico di Luca (1, 39-45) è meditato nella IV domenica di Avvento. È una festa celebrata discretamente, senza solennità e nella Chiesa Orientale non è inclusa nel calendario. Eppure è proprio in questo episodio, dall’apparenza di normale vita domestica come una visita fra cugine, che si colgono dei tesori di una grandiosità che ci confonde e ci fa percepire l’inadeguatezza delle parole per esprimerne la portata cosmica. L’immagine iconica dovrebbe venire in aiuto alla parola per evidenziare il mistero racchiuso nelle laconiche parole di san Luca che unico, ne riporta l’avvenimento, ma la Tradizione non ci ha consegnato se non una scarna raffigurazione.

Maggio, mese dedicato alla Madre di Dio

Nell’iconostasi, che raffigura il divenire della Chiesa nel tempo, troviamo più volte l’immagine della Vergine a sottolinearne l’importanza insostituibile nella storia della salvezza.
Al centro dell’ordine dei Profeti (seconda fila dall’alto, sotto la Trinità) si trova solitamente l’icona della Madre di Dio del Segno, immagine della profezia di Isaia (7, 14): «Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un figlio, che sarà chiamato Emmanuele» e poi ripresa nel Vangelo di Matteo (1, 23).

La Madre di Dio del Segno è l’immagine della compenetrazione del Creatore nella creatura, del cielo che si è unito
alla terra.

Il grembo della Vergine è così ampio da contenere l’incontenibile: «Il tuo grembo è più vasto dei cieli, poiché Colui che i cieli non poterono contenere, il tuo grembo lo ha contenuto» canta un inno della Chiesa bizantina.
Il Signore, padrone di tutto, incontenibile, vuole circoscriversi nel grembo della Vergine.

L’immagine della Madre di Dio del Segno rappresentata frontalmente, con le braccia levate in preghiera e l’Emmanuele sul petto – spesso racchiuso in una mandorla – è tra le più antiche dell’iconografia cristiana; sovente ai lati della Vergine sono raffigurati angeli che indicano la presenza del Divino e inneggiano alla Tutta Santa.

La tipologia della Madre di Dio del Segno è la rappresentazione della Chiesa, cioè dell’umanità che contiene in sé il divino e ne diventa trasparenza.

Talvolta al posto dell’icona della Madre di Dio del Segno compare quella della Vergine in trono. Un’immagine che rappresenta il secondo ordine dell’iconostasi è quella, come nella riproduzione qui a fianco, intitolata Lodi della Madre di Dio (XVI secolo, Museo Russo, San Pietroburgo): in essa tutti i profeti con le loro profezie perfettamente adatte alla Vergine, confermano che l’Antico Testamento ha preparato l’Incarnazione, la venuta dell’Emmanuele, il Dio con noi e in mezzo a noi.

Meditazioni sulla crisi che ci coinvolge

ospitiamo molto volentieri queste meditazioni attuali:

Il vescovo emerito Antonio Mattiazzo sul Coronavirus:
La pandemia sta mettendo in ginocchio il mondo, ma potrà anche lasciare un segno positivo …

nelle nostre vite. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato – ricorda il papa – si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Comprendiamo il “segno” del Coronavirus se cominciamo a rivedere i nostri stili di vita. …

Ecco il primo intervento, pubblicato su “La difesa del popolo”, cui rimandiamo:

Di seguito, un secondo contributo, sempre del Vescovo emerito Antonio Mattiazzo, che ci ha autorizzato a diffondere:

Ce la faremo? Il coronavirus mette a prova la nostra speranza

 

L’epidemia di coronavirus ci ha accompagnato nel tempo della Quaresima come un “segno” di conversione e di ritorno a Dio, da accogliere con fede e coraggio. Ora che siamo arrivati alla Pasqua proviamo a considerare la situazione che stiamo vivendo alla luce della Croce e Risurrezione di Gesù. Se lo facciamo, tutto cambierà di segno e acquisterà un senso nuovo, la nostra vita diventerà “pasquale”, una speranza audace subentrerà alla paura.

La Croce è la morte di Gesù. Uomo vero, nessuno più di Lui ha provato il ribrezzo della morte, perché la cosa più opposta a Dio, che è Vita e Bellezza infinita ed eterna. Ma ha voluto fare l’esperienza della morte e della morte più ignominiosa e atroce, sentendosi abbandonato. L’ha fatto perché ha scelto liberamente di essere solidale con noi, penetrando fin nell’abisso della nostra condizione umana mortale, ma per vincerla e riportare la vita. Così facendo ha cambiato il senso della morte, che non è più una condanna, ma il passaggio alla vita immortale.

Volgendo ora lo sguardo all’epidemia di coronavirus, constatiamo che la nostra congenita fragilità, di cui questo flagello ci ha fatto prendere più viva coscienza, diviene impotenza di fronte alla morte. L’infezione sta mietendo migliaia di morti, specie tra i più anziani. Ogni sera la Protezione civile ci consegna, come in un bollettino di guerra, il numero dei morti. La morte manifesta il suo aspetto più lugubre e impietoso quando vediamo le bare caricate su camion, senza un corteo funebre, diretti verso una destinazione sconosciuta. Pensiamo al dolore dei familiari, privati anche di un ultimo gesto di pietà. Di fronte a tanta sofferenza, è stato un atto molto delicato quello dei nostri Vescovi, che si sono recati in cimitero per pregare e benedire i defunti che dormono in attesa della risurrezione (questo è il senso della parola “cimitero”).

C’è un pensiero, una domanda che rimane come celata, forse rimossa nelle tante informazioni e discorsi che si fanno: che ne è dei morti stroncati dal virus? Si dice per incoraggiarci “ce la faremo! “Ma anche se ce la faremo, sarà ancora per quanto tempo? Non siamo forse tutti mortali? Siccome la scienza e la cultura secolarizzata del nostro tempo non hanno risposte a questa domanda, si preferisce tacere, oppure dare risposte evasive. Qualcuno ha detto: noi non combattiamo contro la morte – è una battaglia già perduta in partenza- ma per avere un po’ più di tempo da vivere in questo mondo. Pur apprezzando il valore della vita, in questo pensiero leggo la rassegnazione e, nel fondo dell’anima, un senso di tristezza. L’attuale sofferenza, allora, sarebbe solo una parentesi negativa, senza alcun senso? La nostra speranza allora si arresta sulla soglia della morte? Sul senso del morire e sul dopo-morte è calato il silenzio. Quel che colpisce è che anche la voce cristiana, almeno nella sfera pubblica, pare affievolita e trova difficoltà ad esprimersi e proporre un discorso sensato e fiducioso sulla vita oltre la morte agli uomini d’oggi. Forse si è ancora intimiditi da chi accusava i cristiani di sprecare, guardando al cielo, le energie destinate al progresso sulla terra. Si è da molti risposto mostrando un generoso impegno nella carità e nel sociale. Questo è certamente cristianesimo genuino. Ma non è tutto, se l’orizzonte del fine ultimo della vita si è offuscato e spenta è la speranza oltre la morte. Non è tutto, perché un progresso solo materiale rimane insoddisfacente: “chi beve di quest’acqua – dice Gesù – avrà di nuovo sete” (Gv 4, 13). Ciò che è venuto a mancare è proprio questo accordo tra cielo e terra, fra progresso umano e Regno di Dio, fra tempo ed eternità. L’averli separati è il grande errore, una grande disgrazia. Se rappresenta un’alienazione religiosa quella di sottrarre valore alla terra in nome del Cielo, ancor peggiore è l’alienazione materialista che assolutizza la vita terrena fino ad eliminare la vita eterna. Una delle conseguenze è una speranza corta e miope, insufficiente e, alla fine, sconfitta di fronte alla realtà ineluttabile e universale della morte, che conferisce alla natura un potere assoluto, capace di annientare anche tutto il bene compiuto. È triste la terra se non è illuminata dal sole di giorno, se le stelle non brillano nell’oscurità della notte. Occorre uscire dagli schemi troppo angusti e dagli scopi troppo bassi in cui abbiamo rinchiuso la nostra vita e i nostri desideri, perché si rivelano incapaci di darci un senso e di infonderci speranza quando tutto viene meno in questo mondo.

Chi ha partecipato alla straordinaria preghiera di Papa Francesco il venerdì 27 marzo scorso è rimasto colpito dallo scenario del tutto insolito che ha visto. Il momento più carico di significato è stato quando il Papa, solo nella piazza deserta e sotto un cielo plumbeo, quando già erano calate le ombre della sera, ha innalzato l’ostensorio dov’era presente il Signore Vivente per benedire tutta l’umanità di oggi, smarrita nella tempesta del coronavirus. In quel momento di luce mi risuonavano le memorabili parole di Cristo di fronte al sepolcro di Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno “(Gv 11, 25-26). Parole di potenza divina che irrompono nel buio della morte e rivelano il Vincitore della morte e Donatore di una vita che va aldilà della morte terrena. È il Cristo, vincitore della morte e risorto alla vita immortale che svela e compie la nostra vocazione alla vita eterna. Perché Dio non ci ha destinati alla morte, ma alla vita e alla felicità eterna.

Fondato su questa fede, S. Paolo ci ha detto una stupenda verità che illumina i momenti bui della nostra esistenza terrena: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? “(Rm 8, 35). Non c’è tribolazione o angoscia, non c’è virus, non c’è neppure la morte che ci possa separare dall’amore di Cristo. La morte non ha potuto vincere il suo amore divino ed infinito. La Liturgia canta: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa”.

Il Cristo in cui crediamo non è rinchiuso nel passato, vive nel presente e ci attira verso di Lui nella gloria. Nel Battesimo noi siamo stati uniti al Cristo morto e risorto. Cristo ha già incontrato la mia morte e mi ha fatto partecipe della sua vita nuova ed eterna. La mia vita deriva dalla Pasqua e tende verso la Pasqua eterna.

Questa prospettiva così grandiosa l’abbiamo forse sepolta nel fondo del nostro cuore. Ma non è sparita. Perché non risvegliarla e farla risalire alla luce della coscienza, farla rientrare nella nostra vita? Cerchiamo, in questo tempo di Pasqua, di rientrare in noi stessi, ascoltiamo la nostra anima, il nostro cuore, ascoltiamo soprattutto la voce di Dio. Il Signore Risorto non è lontano da noi, ci avvolge con la sua luce, apriamo a lui il nostro cuore. A questa condizione, in ogni caso “ce la faremo”e nulla andrà perduto, neppure la sofferenza, perché la fede dà un senso anche alla sofferenza. Sperimenteremo allora che la paura e l’angoscia cedono alla fiducia e alla speranza. Chi possiede questa forte speranza, non solo guarderà al domani senza timore, ma si sentirà pure animato ad impegnarsi ancor di più nel servizio del prossimo con la certezza che nessuna opera buona sarà vana e senza ricompensa eterna.

Il tempo sulla terra è il tempo che Dio ci dona per confezionare l’abito per partecipare al banchetto delle nozze eterne nel Regno di Dio. È necessario confezionarlo oggi, perché giunti là, non ci sarà più tempo. Il filo d’oro con cui intessere l’abito è l’amore, quello autentico. Perché nella vita eterna non entrerà neppure un granello di egoismo, ma solo l’amore.

5 aprile 2020                                                                  Antonio M.

Lettura dell’icona: la discesa agli inferi

Lettura dell’icona: la discesa agli inferi

«Il Cristo è risorto dai morti, con la sua morte calpestando la morte e ai morti nei sepolcri donando la vita. Risorgendo dalla tomba, come aveva predetto, Gesù ci ha donato la vita eterna e la grande misericordia!». (Canone di G. Damasceno – Ode I)

Il Cristo risorto

«Per riempire tutte le cose della tua gloria sei disceso nelle profondità della terra». (Ode I)

 

 

 

 

Le porte dell’Ade

«Si aprirono a te con timore le porte della morte, o Signore; e i custodi dell’Ade, vedendoti, sbigottirono. Infatti, infrante le porte di bronzo e spezzate le sbarre di ferro, tu ci hai tratto fuori dalle tenebre e dall’ombra di morte, rompendo i nostri legami!». (Vespri)

La Discesa agli Inferi è proprio la Festa delle feste e la Chiesa ne afferma l’importanza in un articolo del Credo, il Simbolo apostolico.

Purtroppo la nostra tradizione occidentale ha abbandonato questo tema e le immagini di Cristo che apre le porte di una grotta e fa uscire una fiumana di persone arrivano fino al medioevo col Beato Angelico.

Per indicare la realtà dei nostri progenitori esclusi dal contatto con Dio dopo il peccato originale, il simbolo è due porte ben sbarrate con chiavistelli, chiavi, catene; ebbene, non solo vengono aperte dal Cristo, ma sono addirittura scardinate con un’esplosione di chiodi, cardini, catenelle, eccetera.

Non si tratta di una fessura da cui ci si infila a fatica, ma della Grazia che ci viene concessa con abbondanza nell’opera salvifica del Cristo, come un fiume in piena.

La figura centrale della nostra icona che è questo Cristo luminoso e glorioso scende nell’Ade vittorioso sulla morte, è un vincitore, è un risorto.

Cristo che scende agli Inferi è il Cristo del nostro quotidiano che ci viene a visitare nella nostra vita, nella nostra condizione di stare nella tenebra, nella nostra esistenza umana, nella nostra condizione di incapacità di amare, di vedere la luce.

Adamo

«Sei disceso sulla terra per salvare Adamo, o Signore, e, non avendolo trovato sulla terra, sei andato a cercarlo fino nell’Ade». (Enkomia – I stanza)

Nell’icona della Discesa agli Inferi Adamo – spesso avvolto in un mantellone che lo rende maestoso, pieno e anche quasi pesante – è sempre inginocchiato e il Cristo che lo prende per mano dà proprio l’impressione di tirarlo su.

Eva

«Dal tuo fianco trafitto dalla lancia, o Salvatore, tu distilli la vita su Eva, la madre della vita, che mi esiliò dalla vita, e con lei vivifichi anche me». (Enkomia – I stanza)

L’altra figura che accompagna la Discesa agli Inferi è quella di Eva; qualche volta Adamo ed Eva sono dalla stessa parte, però nella maggior parte delle icone si è imposta questa composizione simmetrica: Cristo al centro, Adamo ed Eva ai lati.

Eva è molto diversa da Adamo e mentre Adamo sembra quasi pesante Eva non lo è affatto.

Del colore rosso del manto di Eva è facile comprendere il simbolo: Eva vuol dire madre dei viventi e quindi il rosso è il colore dell’energia che dà la vita, l’amore, la passione, la maternità.

Davide, Salomone, il Precursore, Abele, Mosè, i profeti…

 

«I prigionieri trattenuti nei ceppi dell’Ade videro la tua incommensurabile misericordia e con passo esultante si affrettarono, o Cristo verso la luce, applaudendo alla Pasqua eterna!». (Ode V)

 

Subito dopo vediamo comparire fra i personaggi gli Unti, che attendevano questo momento della salvezza che Cristo risorto ha instaurato nell’Universo.

Giovanni Battista, il suo precursore, che anche nell’Ade svolge come il compito di annunciatore: infatti ha sempre la mano protesa ad indicarlo.

Altri due personaggi che ritroviamo sempre incoronati sono Davide e suo figlio Salomone.

A questi si aggiungono altri che non hanno una ricorrenza fissa: più frequentemente c’è Abele, poi Mosè, poi Noè e dei profeti.

I profeti sono riconoscibili da uno strano berretto, chiamato berretto frigio, piccolino rosso con una fascia bianca che lo lega, e possono essere Daniele, Michea, ma essendo personaggi secondari nella rappresentazione, non hanno una necessità di identificazione.

Mosè è invece riconoscibile perché regge le tavole della Legge, Noè tiene una piccola barca in mano, Abele ha un bastone da pastore e spesso è vestito di pelliccia.

La Vergine tesse un corpo a Dio

di Giovanni Mezzalira
L’icona dell’Annunciazione – 25 marzo

Icona russa del XVI secolo - scena dell’inno Acatisto

Icona russa del XVI secolo – scena dell’inno Acatisto

Nella pienezza dei tempi, amorevolmente preparati dalla Divina Sapienza, finalmente si inaugura una ricreazione del mondo. L’evento inizia in un piccolissimo spazio che diventa il portale dell’ingresso di Dio nella storia.

Palermo – Chiesa di S.Maria dell’Ammiraglio – Mosaico arco trionfale

La rappresentazione dell’Annunciazione si colloca infatti sulle Porte Regali oppure sull’arco trionfale, spazi liturgici che introducono nel presbiterio, immagine del Cielo in terra. A portare il Cielo in terra è lei, la Vergine predetta da Isaia, la Vergine del Segno o Platitera, il cui grembo è più ampio dei cieli.

Annunciazione

I Padri della Chiesa, veri poeti teologi, così si esprimono: «Il grembo della Vergine ha tessuto il corpo di Cristo con tinta di porpora» (grande canone di sant’Andrea di Creta).
San Proclo canta il grembo di Maria «come se fosse una filanda che ha tessuto con una spola divina un chitone non cucito, il corpo indossato da Dio».
L’iconografia, ispirata al linguaggio dei Padri, dà visibilità alla dinamica di questo mistero raffigurando la Vergine che acconsente al progetto salvifico con una manina protesa che appena fuoriesce dal maphorion in umilissima postura e quindi inizia la tessitura con una matassa di lana rossa che, trasformata in filo, è avvolto sulla rocca.

Icona dell’Annunciazione di Ustiju

La trasposizione visiva del concepimento può essere più esplicita, come in questa icona dell’Annunciazione di Ustijug dove è già raffigurato in un ovale rosso il Bambino Gesù.
Il 25 marzo, nove mesi prima del 25 dicembre, c’è già tutto Gesù.
Il filo rosso ci rivela una dimensione di regalità ma anche di martirio.
Questo corpo e sangue di un Dio incarnato, costruito come un tempio corporale dal corpo e dal sangue (e si può aggiungere dal latte) di questa fanciulla di Israele della stirpe di Davide, sarà l’Agnello sacrificato, immolato dall’inizio dei tempi, per l’incessante peccato dell’uomo.
Nel sangue di Cristo è presente una misteriosa corredentrice di cui ci è ignota la vera grandezza di martirio.
Nell’iconografia dell’Annunciazione diffusa in occidente notiamo l’assenza di questo simbolo, al quale è preferito il Sacro Libro, come in questo mosaico di Cavallini nella chiesa di S. Maria in Trastevere a Roma. Sicuramente questa formula rispecchia maggiormente la realtà storica del momento della visita dell’arcangelo che coglie la Vergine in preghiera o nella lettura della Sacra Scrittura; il Vangelo di Giovanni poi esplicita il mistero del Verbo che si fa carne.
Quale simbolo preferire? L’iconografia sacra ha la necessità di esprimere precise realtà teologiche il più concretamente possibile inserite nei fatti storici, ma le formule non sempre sono uniche.
La tradizione iconografica ci mostra anche un altro personaggio con in mano un fuso e una conocchia: si tratta della nostra progenitrice Eva, vestita dal Signore dopo il peccato con una tunica di pelle, come in questo mosaico di Monreale.
Possiamo riflettere su alcune corrispondenze che collegano l’inizio dei tempi dei nostri progenitori, con la pienezza dei tempi di Maria. I simboli sono simili: porte che si chiudono e che si riaprono, il lavoro come fatica e come redenzione, il vestito di pelle animale e il vestito regale della bellezza divina unita a quella umana…
Ma ognuno può qui, con l’aiuto dello Spirito Santo, aggiungere le proprie evocazioni.