{"id":256,"date":"2007-12-04T07:06:05","date_gmt":"2007-12-04T06:06:05","guid":{"rendered":"http:\/\/www.iconografi.it\/?p=256"},"modified":"2011-01-07T11:37:45","modified_gmt":"2011-01-07T10:37:45","slug":"duodecimum-saeculum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.iconografi.it\/?p=256","title":{"rendered":"Duodecimum Saeculum"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #663300;\">LETTERA APOSTOLICA<br \/>\n<strong><em><span style=\"font-size: medium;\">DUODECIMUM SAECULUM<\/span><\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #663300;\">DEL SOMMO PONTEFICE<br \/>\n<strong><span style=\"font-size: medium;\">GIOVANNI PAOLO PP. II<\/span><\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"color: #663300;\">ALL&#8217;EPISCOPATO DELLA CHIESA CATTOLICA<br \/>\nPER IL XII CENTENARIO<br \/>\nDEL II CONCILIO DI NICEA<\/span><\/p>\n<p><em>Venerabili fratelli, salute e benedizione apostolica!<\/em><\/p>\n<p>1. Il dodicesimo centenario del II Concilio di Nicea (787) \u00e8 stato l\u2019oggetto di molte commemorazioni ecclesiali ed accademiche. La stessa Santa Sede vi si \u00e8 associata (cf.\u00a0<em>\u201cL\u2019Osservatore Romano\u201d<\/em>, 12\u201313 ottobre 1987). L\u2019avvenimento \u00e8 stato parimenti celebrato con la pubblicazione di un\u2019Enciclica di Sua Santit\u00e0 il Patriarca di Costantinopoli e del Santo Sinodo, iniziativa che sottolinea quanto siano ancora attuali l\u2019importanza teologica e la portata ecumenica del settimo ed ultimo Concilio pienamente riconosciuto dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa. <!--more-->La dottrina definita da questo Concilio, per quanto concerne la legittimit\u00e0 della venerazione delle icone nella Chiesa merita anch\u2019essa un\u2019attenzione speciale non soltanto per la ricchezza delle sue implicazioni spirituali, ma anche per le esigenze che essa impone a tutto l\u2019ambito dell\u2019arte sacra.<\/p>\n<p>Il rilievo dato dal II Concilio di Nicea all\u2019argomento della tradizione, e pi\u00f9 precisamente della tradizione non scritta, costituisce per noi cattolici come per i nostri fratelli ortodossi un invito a ripercorrere insieme il cammino della tradizione della Chiesa indivisa per riesaminare alla sua luce le divergenze che i secoli di separazione hanno accentuato tra noi, onde ritrovare, secondo la preghiera di Ges\u00f9 al Padre (<em>Gv<\/em> 17, 11.20-21), la piena comunione nell\u2019unit\u00e0 visibile.<\/p>\n<p><strong>I<\/strong><\/p>\n<p>2. Il Patriarca di Costantinopoli san Tarasio, moderatore del Niceno II, nel rendere conto a Papa Adriano I dello svolgimento del Concilio, gli scrive: \u201cDopo che tutti avemmo preso posto, costituimmo il Cristo come (nostro) capo. Difatti, il santo Vangelo fu posto su di un trono, come invito a tutti i presenti a giudicare secondo giustizia\u201d (J. D. Mansi,\u00a0<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XII, 460C\u2013D). L\u2019aver posto Cristo come presidente dell\u2019assemblea conciliare, che si riuniva nel suo nome e sotto la sua autorit\u00e0, fu un gesto eloquente per affermare che l\u2019unit\u00e0 della Chiesa non pu\u00f2 realizzarsi che nell\u2019obbedienza al suo unico Signore.<\/p>\n<p>3. Gli imperatori Irene e Costantino VI, che convocarono il Concilio, avevano invitato il mio predecessore Adriano I in quanto \u201cvero primo pontefice, che presiede al posto e sulla sede del santo e venerabilissimo apostolo Pietro\u201d (<em>Ivi<\/em>, 985C). Egli si fece rappresentare dall\u2019arciprete della Chiesa romana e dall\u2019Igumeno del monastero greco di san Saba a Roma. Per assicurare la rappresentativit\u00e0 universale della Chiesa, era anche richiesta la presenza dei Patriarchi orientali (cf.\u00a0<em>Ivi<\/em>, 1008, 1085, e\u00a0<em>Monumenta Germaniae Historica<\/em>,<em>Epistulae<\/em> V, pp. 29.30\u201333). Dato che i loro territori erano sotto la dominazione musulmana, i Patriarchi di Alessandria e di Antiochia mandarono insieme una lettera a Tarasio, mentre quello di Gerusalemme invi\u00f2 una lettera sinodale; ambedue furono lette al Concilio (J. D. Mansi,\u00a0<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XII, 1128\u20131136 e 1136\u20131145).<\/p>\n<p>Era allora comunemente ammesso che le decisioni di un Concilio ecumenico fossero valide solo se il Vescovo di Roma vi aveva collaborato e se i Patriarchi orientali avevano manifestato il loro accordo (<em>Ivi<\/em>, XII, 989A e XIII, 3A). In questo procedimento, il ruolo della Chiesa di Roma era riconosciuto come insostituibile (<em>Ivi<\/em>, XII, 1133). Cos\u00ec il Niceno II approv\u00f2 la spiegazione del diacono Giovanni, secondo la quale l\u2019assemblea iconoclasta di Hieria del 754 non era legittima, perch\u00e9 \u201cil Papa di Roma o i Vescovi che sono attorno a lui non vi avevano collaborato, n\u00e9 mediante legati, n\u00e9 mediante una lettera enciclica, secondo la legge dei Sinodi\u201d, e \u201ci patriarchi d\u2019Oriente&#8230; e i Vescovi che sono con loro non avevano acconsentito\u201d (<em>Ivi<\/em>, XIII, 207E\u2013210A). I Padri del Niceno II dichiararono d\u2019altronde che essi \u201cseguivano, ricevevano e accettavano\u201d la lettera inviata da Adriano agli imperatori (<em>Ivi<\/em>, XII, 1085C) cos\u00ec come quella destinata al Patriarca. Esse furono lette in latino e nella loro traduzione greca, e tutti furono invitati individualmente a dare la loro approvazione(<em>Ivi<\/em>, XII, 1085\u20131112).<\/p>\n<p>4. Il Concilio salut\u00f2 nei legati pontifici \u201cla Chiesa del santo apostolo Pietro\u201d (<em>Ivi<\/em>, XII, 993A. 1041D. 1113B; XIII, 158B. 203B. 366A) e della \u201csede apostolica\u201d(<em>Ivi<\/em>, XII, 1085C), secondo la formula romana (Monumenta Germaniae Historica,\u00a0<em>Epistulae<\/em> III, p. 587,5); e il Patriarca Tarasio, scrivendo al mio predecessore a nome del Concilio, riconosceva in lui colui che \u201cha ereditato la cattedra del divino apostolo Pietro\u201d, e che, \u201crivestito del supremo sacerdozio, presiede legittimamente, per volont\u00e0 di Dio, alla gerarchia religiosa\u201d(J. D. Mansi,<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XIII, 464B\u2013C).<\/p>\n<p>Uno dei momenti decisivi, in cui il Concilio si pronunci\u00f2 a favore del ristabilimento del culto delle immagini, sembra esser stato, d\u2019altronde, quello nel quale accolse unanimemente la proposta dei legati romani di far venire in mezzo all\u2019assemblea una venerabile icona, affinch\u00e9 i Padri potessero manifestarle il loro omaggio (cf.\u00a0<em>Ivi<\/em>, 199).<\/p>\n<p>L\u2019ultimo Concilio ecumenico riconosciuto dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa \u00e8 un esempio notevole di \u201csinergia\u201d tra la sede di Roma ed un\u2019assemblea conciliare. Si iscrive nella prospettiva dell\u2019ecclesiologia patristica di comunione, fondata sulla tradizione, come il Concilio Ecumenico Vaticano II ha giustamente rimesso in luce.<\/p>\n<p><strong>II<\/strong><\/p>\n<p>5. Il Niceno II ha solennemente affermato l\u2019esistenza della \u201ctradizione ecclesiastica scritta e non scritta\u201d (cf.\u00a0<em>Ivi<\/em>, 399C), come riferimento normativo per la fede e la disciplina della Chiesa. I Padri affermano il loro desiderio di \u201cconservare intatte tutte le tradizioni della Chiesa, che sono state (loro) affidate, siano esse scritte o non scritte. Una di esse consiste precisamente nella pittura delle icone, conformemente alla lettera della predicazione apostolica\u201d (<em>Ivi<\/em>, 378 B\u2013C). Contro la corrente iconoclasta, che pure aveva fatto appello alla Scrittura ed alla Tradizione dei Padri specialmente allo pseudo\u2013sinodo di Hieria del 754, il secondo Concilio di Nicea sanziona la legittimit\u00e0 della venerazione delle immagini, confermando \u201cl\u2019insegnamento divinamente ispirato dei santi Padri e della tradizione della Chiesa cattolica\u201d (<em>Ivi<\/em>, 378).<\/p>\n<p>I Padri del Niceno II intendevano la \u201ctradizione ecclesiastica\u201d come tradizione dei sei precedenti Concili ecumenici e dei Padri ortodossi, il cui insegnamento era comunemente accolto nella Chiesa. Il Concilio ha cos\u00ec definito come dogma della fede quella verit\u00e0 essenziale, secondo cui il messaggio cristiano \u00e8 tradizione \u201c<em>par\u00e0dosis<\/em>\u201d. Nella misura in cui la Chiesa si \u00e8 sviluppata nel tempo e nello spazio, la sua intelligenza della tradizione, della quale \u00e8 portatrice, ha conosciuto anch\u2019essa le tappe di uno sviluppo, la cui investigazione costituisce, per il dialogo ecumenico e per ogni autentica riflessione teologica, un percorso obbligatorio.<\/p>\n<p>6. Gi\u00e0 san Paolo c\u2019insegna che, per la prima generazione cristiana, la \u201c<em>par\u00e0dosis<\/em>\u201d consiste nella proclamazione dell\u2019evento del Cristo e del suo significato per il presente, nel quale opera la salvezza tramite l\u2019azione dello Spirito Santo (cf.\u00a0<em>1 Cor <\/em>15, 3-8; 11,2). La tradizione delle parole e degli atti del Signore \u00e8 stata raccolta nei quattro Vangeli, ma senza esaurirsi in essi (cf.\u00a0<em>Lc<\/em> 1, 1;\u00a0<em>Gv<\/em> 20, 30; 21, 25). Questa tradizione originaria \u00e8 tradizione \u201capostolica\u201d (cf.<em> 2 Ts <\/em>2,14-15;\u00a0<em>Gd<\/em> 1, 17;\u00a0<em>2 Pt<\/em> 3, 2). Essa non riguarda soltanto il \u201cdeposito\u201d della \u201csana dottrina\u201d (cf.\u00a0<em>2 Tm <\/em>1,6.12;\u00a0<em>Tt<\/em> 1,9), ma anche le norme di condotta e le regole della vita comunitaria (cf.<em> 1 Ts <\/em>4,1-7;\u00a0<em>1 Cor<\/em> 4, 17; 7, 17; 11, 16; 14, 33). La Chiesa legge la Scrittura alla luce della \u201cregola della fede\u201d (S. Ireneo,<em> Adversus haereses<\/em> I, 10, 1), cio\u00e8 della sua fede vivente rimasta coerente con l\u2019insegnamento degli apostoli. Ci\u00f2 che la Chiesa ha sempre creduto e praticato, essa lo considera a giusto titolo come \u201ctradizione apostolica\u201d. Sant\u2019Agostino dir\u00e0: \u201cUn\u2019osservanza mantenuta da tutta la Chiesa e sempre conservata senza esser stata istituita dai Concili si presenta a pieno diritto nient\u2019altro che come tradizione derivante dall\u2019autorit\u00e0 degli apostoli\u201d (S. Augustini,<em> De Baptismo<\/em> IV, 24, 31).<\/p>\n<p>Difatti, le prese di posizione dei Padri nei grandi dibattiti teologici del IV e V secolo, l\u2019importanza crescente dell\u2019istituto sinodale a livello regionale ed universale, hanno gradualmente fatto della tradizione la \u201ctradizione dei Padri\u201d o \u201ctradizione ecclesiastica\u201d, intesa come sviluppo omogeneo della tradizione apostolica. E cos\u00ec che san Basilio Magno fa appello alle \u201ctradizioni non scritte\u201d, che sono le \u201ctradizioni dei Padri\u201d (S. Basilii Magni,<em> De Spiritu Sanctu <\/em>VII, 16, 21.32; IX 22, 3; XXIX 71,6; XXX 79, 15), per fondare la sua teologia trinitaria, e sottolinea la doppia provenienza della dottrina della Chiesa \u201cdall\u2019insegnamento scritto come pure dalla tradizione apostolica\u201d (S. Ioannis Damasceni,\u00a0<em>Sermo de imaginibus<\/em>, III, 3, in\u00a0<em>PG<\/em> 94, 1320-1321; et B. Kotter,\u00a0<em>Die Scriften des Johannes von Damaskos<\/em>, vol. III (<em>Contra imaginum calumniatores orationes tres<\/em>), in<span style=\"font-family: 'Times New Roman';\">\u00abPatristische Texte und Studien\u00bb 17, Berlin-New York 1975, III, 3, pp. 72-73)<\/span>, XXVII 66, 1\u20133).<\/p>\n<p>Lo stesso Concilio Niceno II, che cita opportunamente san Basilio a proposito della teologia delle immagini (J. D. Mansi,\u00a0<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XIII, 378E), ha invocato anche l\u2019autorit\u00e0 dei grandi dottori ortodossi, come san Giovanni Crisostomo, san Gregorio di Nissa, san Cirillo d\u2019Alessandria, san Gregorio Nazianzeno. San Giovanni Damasceno aveva parimenti rilevato l\u2019importanza per la fede delle \u201ctradizioni non scritte\u201d, cio\u00e8 non contenute nella Scrittura, allorch\u00e9 dichiara: \u201cSe qualcuno presentasse un Vangelo diverso da quello che la Chiesa cattolica ha ricevuto dai santi apostoli, dai Padri e dai Concili, e che essa ha conservato fino a noi, non l\u2019ascoltate\u201d (<em>Sermo de imaginibus<\/em>, III, 3).<\/p>\n<p>7. Pi\u00f9 vicino a noi, il Concilio Vaticano II ha rimesso in piena luce l\u2019importanza della \u201ctradizione che proviene dagli apostoli\u201d. Infatti, \u201cla Sacra Scrittura \u00e8 parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione dello Spirito di Dio; la parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli, viene trasmessa integralmente dalla Sacra Tradizione ai loro successori\u201d (<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19651118_dei-verbum_it.html\">Dei Verbum<\/a><\/em>, 9). \u201cCi\u00f2 che fu trasmesso dagli apostoli comprende tutto ci\u00f2 che contribuisce alla condotta santa del popolo di Dio e all\u2019incremento della fede\u201d (<em>Ivi<\/em>, 8). Insieme con la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione costituisce un \u201cunico deposito sacro della parola di Dio, affidato alla Chiesa\u201d. L\u2019interpretazione autentica \u201cdella Parola di Dio scritta o trasmessa \u00e8 affidata al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorit\u00e0 \u00e8 esercitata nel nome di Ges\u00f9 Cristo\u201d (<em>Ivi<\/em>, 10). \u00c8 attraverso una eguale fedelt\u00e0 al tesoro comune della tradizione risalente agli apostoli che le Chiese oggi si sforzano di chiarire i motivi delle loro divergenze e le ragioni per superarle.<\/p>\n<p><strong>III<\/strong><\/p>\n<p>8. La terribile \u201ccontroversia sulle immagini\u201d, che ha dilacerato l\u2019impero bizantino sotto gli imperatori isaurici Leone III e Costantino V tra il 730 e il 780 e di nuovo sotto Leone V, dall\u2019814 all\u2019843, si spiega principalmente con la questione teologica, che ne fu all\u2019inizio il fulcro.<\/p>\n<p>Senza ignorare il pericolo di un risorgere sempre possibile delle pratiche idolatriche pagane, la Chiesa ammetteva che il Signore, la beata Vergine Maria, i martiri e i santi fossero rappresentati in forme pittoriche o plastiche per sostenere la preghiera e la devozione dei fedeli. Era chiaro a tutti, secondo la formula di san Basilio, ricordata dal Niceno II, che \u201cl\u2019onore reso all\u2019icona \u00e8 diretto al prototipo\u201d (S. Basilii Magni,<em> De Spiritu Sanctu<\/em> XVIII, 45, 19). In Occidente, il Papa san Gregorio Magno aveva insistito sul carattere didattico delle pitture nelle Chiese, utili perch\u00e9 gli illetterati \u201cguardandole possano almeno leggere sui muri, quello che non sono capaci di leggere nei libri\u201d, e sottolineava che questa contemplazione doveva condurre all\u2019adorazione dell\u2019\u201cunica e onnipotente Santa Trinit\u00e0\u201d (S. Gregorii Magni,<em> Epistulae ad episcopum Serenum Massilliensem, <\/em>in<em>MGH: Gregorii I Papae Registrum Epistularum, <\/em>II, 1, lib. IX, 208, p. 195 et II, 2, lib. XI, 10, pp. 270-271, et in\u00a0<em>CChL <\/em>140A, lib. IX, 209, p. 768 et lib, XI, 10, pp. 874-875). \u00c8 in questo contesto che si \u00e8 sviluppato, in particolare a Roma nel secolo VIII, il culto delle immagini dei santi, dando luogo ad una mirabile produzione artistica.<\/p>\n<p>Il movimento iconoclastico, rompendo con la tradizione autentica della Chiesa, considerava la venerazione delle immagini come un ritorno all\u2019idolatria. Non senza contraddizione e ambiguit\u00e0, esso proibiva la rappresentazione del Cristo e le immagini religiose in genere, ma continuava ad ammettere le immagini profane, in particolare quelle dell\u2019imperatore con i segni di riverenza che vi erano connessi. Il nucleo dell\u2019argomentazione degli iconoclasti era di natura cristologica. Come dipingere il Cristo che unisce nella sua persona, senza confonderle n\u00e9 separarle, la natura divina e la natura umana? Da una parte \u00e8 impossibile rappresentare la sua divinit\u00e0 inafferrabile; dall\u2019altra, rappresentarlo solamente nella sua umanit\u00e0 sarebbe dividerlo, separando in lui la divinit\u00e0 dall\u2019umanit\u00e0. Scegliere l\u2019una o l\u2019altra di queste due vie condurrebbe alle due eresie cristologiche opposte del monofisismo e del nestorianesimo. Infatti, chi pretendesse di rappresentare il Cristo nella sua divinit\u00e0 si condannerebbe ad assorbirvi la sua umanit\u00e0, e chi ne mostrasse soltanto un ritratto d\u2019uomo, verrebbe ad occultare che egli \u00e8 anche Dio.<\/p>\n<p>9. Il dilemma, posto dagli iconoclasti, andava ben al di l\u00e0 della questione sulla possibilit\u00e0 di un\u2019arte cristiana; esso metteva in causa tutta la visione cristiana della realt\u00e0 dell\u2019Incarnazione, e quindi dei rapporti tra Dio e il mondo, tra la grazia e la natura, in breve la specificit\u00e0 della \u201cnuova alleanza\u201d, che Dio ha concluso con gli uomini in Ges\u00f9 Cristo. I difensori delle immagini l\u2019hanno ben avvertito: secondo una espressione del Patriarca di Costantinopoli san Germano, illustre vittima dell\u2019eresia iconoclastica, era tutta \u201cl\u2019economia divina secondo la carne\u201d (cf. Theophane,\u00a0<em>Chronographia ad annum<\/em>, 6221) che veniva rimessa in questione. Infatti, vedere rappresentato il volto umano del Figlio di Dio, \u201cicona del Dio invisibile\u201d (<em>Col<\/em> 1, 15), \u00e8 vedere il Verbo fatto carne (cf.\u00a0<em>Gv<\/em> 1, 14), l\u2019Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (cf.\u00a0<em>Gv<\/em> 1, 29). L\u2019arte pu\u00f2 dunque rappresentare la forma, l\u2019effigie del volto umano di Dio e condurre colui che lo contempla all\u2019ineffabile mistero di questo Dio fatto uomo per la nostra salvezza. Cos\u00ec il Papa Adriano scriveva: \u201cPer il tramite di un volto visibile, il nostro spirito sar\u00e0 trasportato per attrazione spirituale verso la maest\u00e0 invisibile della divinit\u00e0 attraverso la contemplazione dell\u2019immagine, in cui \u00e8 rappresentata la carne che il Figlio di Dio si \u00e8 degnato di prendere per la nostra salvezza, cos\u00ec adoriamo e insieme lodiamo, glorificandolo in spirito, questo medesimo Redentore, poich\u00e9, come \u00e8 scritto, \u201cDio \u00e8 spirito\u201d, ed \u00e8 per questo che adoriamo spiritualmente la sua divinit\u00e0\u201d (J. D. Mansi,\u00a0<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XII, 1061 C\u2013D).<\/p>\n<p>Il Niceno II ha pertanto riaffermato solennemente la distinzione tradizionale tra \u201cla vera adorazione \u201clatr\u00e8ia\u201d\u201d che \u201csecondo la nostra fede conviene alla sola natura divina\u201d e \u201cla prosternazione d\u2019onore \u201ctimetik\u00e8 proskynesis\u201d\u201d che viene attribuita alle icone, perch\u00e9 colui che si prosterna davanti all\u2019icona, si prosterna davanti alla persona \u201cl\u2019<em>ipostasi<\/em>\u201d di colui che \u00e8 in essa raffigurato\u201d(J. D. Mansi,<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XIII, 378E).<\/p>\n<p>L\u2019iconografia del Cristo impegna pertanto tutta la fede nella realt\u00e0 dell\u2019Incarnazione e nel suo significato inesauribile per la Chiesa e per il mondo. Se la Chiesa usa praticarla, lo fa perch\u00e9 \u00e8 convinta che il Dio rivelato in Ges\u00f9 Cristo ha realmente riscattato e santificato la carne e tutto il mondo sensibile, cio\u00e8 l\u2019uomo con i suoi cinque sensi, al fine di permettergli \u201cdi rinnovarsi costantemente secondo l\u2019immagine del suo Creatore\u201d (<em>Col<\/em> 3, 10).<\/p>\n<p><strong>IV<\/strong><\/p>\n<p>10. Il Concilio Niceno II ha pertanto sancito la tradizione secondo cui \u201csono da esporre immagini venerabili e sante, a colori, in mosaico e in altra materia adatta, nelle sante Chiese di Dio, sui vasi e i paramenti sacri, sui muri e sulle tavole, nelle case e nelle vie; e cio\u00e8 sia l\u2019icona del nostro Signore e Salvatore Ges\u00f9 Cristo, sia quella della nostra Signora Immacolata, la santa \u201c<em>Theotokos<\/em>\u201d, sia quella dei venerabili angeli e di tutti gli uomini santi e pii\u201d(J. D. Mansi,\u00a0<em>Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio<\/em>, XIII, 378D). La dottrina di questo Concilio ha alimentato l\u2019arte della Chiesa tanto in Oriente quanto in Occidente, ispirandole opere di una bellezza e di una profondit\u00e0 sublimi.<\/p>\n<p>In particolare, la Chiesa greca e quelle slave, fondandosi sulle opere dei grandi teologi \u201ciconoduli\u201d che furono san Niceforo di Costantinopoli e san Teodoro Studita, hanno considerato la venerazione dell\u2019icona come parte integrante della liturgia, a somiglianza della celebrazione della Parola. Come la lettura dei libri materiali permette di far comprendere la parola vivente del Signore, cos\u00ec l\u2019ostensione di una icona dipinta permette, a quelli che la contemplano, di accostarsi ai misteri della salvezza mediante la vista. \u201cCi\u00f2 che da una parte \u00e8 espresso dall\u2019inchiostro e dalla carta, dall\u2019altra, nell\u2019icona, \u00e8 espresso dai diversi colori e da altri materiali\u201d (<em>Antirrheticus<\/em>, 1,10: PG 99, 339D).<\/p>\n<p>In Occidente, la Chiesa di Roma si \u00e8 distinta, senza mai venir meno, per la sua azione in favore delle immagini (Adriano I,\u00a0<em>Epistola ad Carolum Magnum<\/em>), soprattutto in un momento critico in cui, tra l\u2019825 e l\u2019843, gli imperi bizantino e franco erano ambedue ostili al Niceno II. Al Concilio di Trento, la Chiesa cattolica ha riaffermato la dottrina tradizionale contro una nuova forma di iconoclastia che allora si manifestava. Pi\u00f9 recentemente, il Vaticano II ha richiamato con sobriet\u00e0 l\u2019atteggiamento permanente della Chiesa riguardo alle immagini (<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html\">Sacrosanctum Concilium<\/a><\/em>, 11,1. 125. 128;\u00a0<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html\">Lumen Gentium<\/a><\/em>, 51. 67;<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19651207_gaudium-et-spes_it.html\">Gaudium et Spes<\/a><\/em>, 62,4\u20135;\u00a0<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/ITA0276\/_INDEX.HTM\">CIC<\/a><\/em>, cann. 1255 e 1276) e all\u2019arte sacra in generale (<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html\">Sacrosanctum Concilium<\/a><\/em>, 122\u2013124).<\/p>\n<p>11. Da alcuni decenni, si nota un ricupero di interesse per la teologia e la spiritualit\u00e0 delle icone orientali; \u00e8 un segno di un crescente bisogno del linguaggio spirituale dell\u2019arte autenticamente cristiana. A questo proposito, non posso non invitare i miei fratelli nell\u2019episcopato a \u201cmantenere fermamente l\u2019uso di proporre nelle Chiese alla venerazione dei fedeli le immagini sacre\u201d (<em><a href=\"http:\/\/www.vatican.va\/archive\/hist_councils\/ii_vatican_council\/documents\/vat-ii_const_19631204_sacrosanctum-concilium_it.html\">Sacrosanctum Concilium<\/a><\/em>, 125), e ad impegnarsi perch\u00e9 sorgano pi\u00f9 opere di qualit\u00e0 veramente ecclesiale. Il credente di oggi, come quello di ieri, deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza per nulla occultarlo. \u00c8 questa la ragione per la quale oggi come per il passato, la fede \u00e8 l\u2019ispiratrice necessaria dell\u2019arte della Chiesa.<\/p>\n<p>L\u2019arte per l\u2019arte, la quale non rimanda che al suo autore, senza stabilire un rapporto con il mondo divino, non trova posto nella concezione cristiana dell\u2019icona. Quale che sia lo stile che adotta, ogni tipo di arte sacra deve esprimere la fede e la speranza della Chiesa. La tradizione dell\u2019icona mostra che l\u2019artista deve avere coscienza di compiere una missione al servizio della Chiesa.<\/p>\n<p>L\u2019autentica arte cristiana \u00e8 quella che, mediante la percezione sensibile, consente di intuire che il Signore \u00e8 presente nella sua Chiesa, che gli avvenimenti della storia della salvezza danno senso e orientamento alla nostra vita, e che la gloria la quale ci \u00e8 promessa, trasforma gi\u00e0 la nostra esistenza. L\u2019arte sacra deve tendere ad offrirci una sintesi visuale di tutte le dimensioni della nostra fede. L\u2019arte della Chiesa deve mirare a parlare il linguaggio dell\u2019Incarnazione ed esprimere con gli elementi della materia colui che \u201csi \u00e8 degnato di abitare nella materia e operare la nostra salvezza attraverso la materia\u201d, secondo la bella formula di san Giovanni Damasceno (<em>Sermo de imaginibus<\/em>, I, 16:\u00a0<em>PG<\/em> 94, 1246A).<\/p>\n<p>La riscoperta dell\u2019icona cristiana aiuter\u00e0 anche a far prendere coscienza dell\u2019urgenza di reagire contro gli effetti spersonalizzanti, e talvolta degradanti, delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicit\u00e0 e nei<em>mass\u2013media<\/em>; essa infatti \u00e8 una immagine che porta su di noi lo sguardo di un Altro invisibile, e ci d\u00e0 accesso alla realt\u00e0 del mondo spirituale ed escatologico.<\/p>\n<p>12. Amatissimi fratelli, nel ricordare l\u2019attualit\u00e0 dell\u2019insegnamento del VII Concilio Ecumenico, mi sembra che siamo da esso richiamati al nostro compito primordiale di evangelizzazione. La crescente secolarizzazione della societ\u00e0 mostra che essa sta diventando largamente estranea ai valori spirituali, al mistero della nostra salvezza in Ges\u00f9 Cristo, alla realt\u00e0 del mondo futuro. La nostra tradizione pi\u00f9 autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi, ci insegna che il linguaggio della bellezza, messo a servizio della fede, \u00e8 capace di raggiungere il cuore degli uomini e di far loro conoscere dal di dentro colui che osiamo rappresentare nelle immagini, Ges\u00f9 Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo \u201clo stesso ieri e oggi e per tutti i secoli\u201d (<em>Eb<\/em> 13, 8).<\/p>\n<p>Imparto a tutti di gran cuore la benedizione apostolica.<\/p>\n<p><em>Dato a Roma, presso san Pietro, nella memoria liturgica di san Giovanni Damasceno, presbitero e dottore della Chiesa, il 4 dicembre 1987, decimo di pontificato.<\/em><\/p>\n<p><strong>IOANNES PAULUS PP. II<\/strong><\/p>\n<p>tratto da: http:\/\/www.vatican.va\/<\/p>\n<p><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n<div><strong><br \/>\n<\/strong><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>LETTERA APOSTOLICA DUODECIMUM SAECULUM DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO PP. 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