
L’esperienza diretta del simbolo in Pavel Florenskij fu precoce. Egli racconta, nelle memorie dell’infanzia nel Caucaso, le sue prime intuizioni di un mondo formalmente perfetto e completamente efficace che agiva dietro allo sfumato e al tremolio delle apparenze visibili e le lega insieme.
Il giovane Pavel fu fatalmente attratto dal mondo invisibile come in una fiaba e al suo annuncio poteva cadere quasi in trance. In tali momenti il bambino percepiva l’universo o oggetti individuali in esso come simboli, in quanto il simbolo propriamente detto costituisca un anello di congiunzione tra questo mondo e quello, sia una consistenza materiale che rivela la propria dipendenza da un archetipo assoluto.
L’anelito delle idee sovrarazionali e immutevoli insieme al sospetto che possano essere inerenti alla struttura dell’universo e l’anima umana è un dato fondamentale del romanticismo ottocentesco, è la versione seria dell’esotismo romantico, la reazione alla riduzione immortale della linfa spirituale ai livelli razionale e materiale in conseguenza all’illuminismo quale culmine della rivoluzione scientifica tardorinascimentale.
Talvolta comunque la nostalgia generale risultò nella riscoperta personale e autentica degli archetipi formanti della metafisica tradizionale, tale fu il caso inceppato e incostante del poeta inglese William Bligh, semiconsapevole in quello di Radiščev grande critico, discorsivo e scientifico di Goethe, visionario ma perfettamente oggettivo nelle celebri apprensioni della Sofia di Vladimir Solov’ëv ; mi riferisco, ben inteso, alle tre poesie di Sofia, ai tre incontri di Solov’ëv.
Invero fu la qualità oggettiva inevitabile dei tre incontri di Solov’ëv con la Sofia che più tardi spiega la direzione della poesia e della critica del movimento letterario russo intitolato al simbolismo, così diversa dalla soggettività programmata della contropartita europea contemporanea. Fu anche l’aspetto che consentì ai cosiddetti sostenitori di Solov’ëv il ritorno alla chiesa ortodossa anche se il maestro non può annoverarsi tra i pensatori della Chiesa.
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Gli scritti di Pavel Florenskij, in seguito alla rivoluzione di ottobre, implicano tutti un’ortodossia integra sostenuta, peraltro, da una salda metafisica tradizionale ma consenziente alla libera elaborazione scientifica e poetica. La realtà simbolica, o meglio la realtà come simbolo, fu rivelata allora a Pavel Florenskij già nell’infanzia, fu confermata in seguito, da ciò che era più fresco e irrefutabile in Solov’ëv, è infine incasellata, per così dire, dalla rivelazione cristiana che la spiega e la completa.
La realtà si esplica su due piani collegati insieme dal simbolo l’uno materiale, l’altro invisibile, l’uno complesso e transeunte, l’altro semplice, perfetto e perdurante. Tale è la costituzione del cosmos, tale è anche l’esperienza umana in ciò che ha di più autentico e veridico. Ecco la testimonianza di tutte le religioni, dalla preistoria fino a oggi, e anche della riflessione intellettuale più tipica e consistente fino al rinascimento europeo compresi i suoi antecedenti. Come scrive Florenskij in proposito di quel simbolo così ricco e vario, così squisitamente cristiano che è l’icona. Cito: “Nei metodi della pittura di icone che scendono dall’antichità più remota chiaramente mi appaiono i fondamenti della metafisica e della gnoseologia universalmente umana, quel modo naturale di vedere e di capire il mondo così diverso da quello artificioso occidentale che ha ispirato i metodi dell’arte occidentale”, vale a dire, aggiungo io, del rinascimento, o si può dire dal rinascimento in poi.
Essendo il simbolo la chiave per la comprensione della realtà umana, quella interiore è chiaro che le riflessioni sul simbolo o sui simboli, sono sparse un po’ ovunque negli scritti di Pavel Florenskij progettò, ma certo non mai realizzò, un vasto dizionario universale dei simboli, un cosiddetto Symbolario il cui conspectus fu scritto tra il 1920 e il 1030. Quest’illustrazione del progetto fu tradotta e pubblicata da Elémire Zolla nel suo giornale Conoscenza Religiosa n.2 del 1987, richiama la vostra attenzione a questi rari scritti di Florenskij così importanti e quasi riposti e grazie a Zolla furono conosciuti in un epoca così relativamente remota. Il punto di partenza del dizionario dei simboli sarebbe stato, avrebbe dovuto essere l’ideografia, vale a dire l’espressione di concetti medianti immagini anziché, ben inteso, i nostri soliti mezzi fonetici.
L’ideografia secondo Florenskij dalle prime evidenze fino ad oggi, rispetto ai suoi principi è fondamentalmente identica; costituisce cito ancora: “In un certo senso la lingua universale dell’umanità, la struttura dell’ideografia è numerica e geometrica come in Platone le forme regolari geometriche forniscono il passaggio dalla confusione pletorica delle apparenze alle idee indefettibili e invisibili.
La seconda sezione del Symbolario, per esempio, è dedicata alla linea verticale e contiene sette sottosezioni, dalla linea verticale singola fino alla piramide e al cono e così di questo passo, per ben 18 sezioni della proposta, presentate da Florenskij che conclude con la sfera con l’uovo e la voluta.
Volgendo la nostra attenzione più specificatamente all’icona, anche in questo caso, le considerazioni di padre Pavel Florenskij sono molte e sparse in diversi lavori; di particolare importanza sono certe sezioni del capolavoro prerivoluzionario La colonna e il fondamento della verità, uscito nel 1914, l’edizione italiana, ricordo ancora una volta di Pietro Modesto la cui versione comunque è stata non soltanto presentata in uno smagliante introduzione da Elémire Zolla ma corretta superbamente, se posso dire, limata dallo stesso.
E qualche breve saggio come, cito, Le icone della preghiera personale di S. Sergio di Radonež.
Il sacro fondatore, ricordo, del monastero della Trinità di S. Sergio, vicino a Mosca, centro, lo è ancora, della vita monastica, spirituale russa.
In più, comunque, è dissimile alle riflessioni sul simbolo abbiamo un trattato sull’icona che è ampio, coerente e completo. Mi riferisco, ben inteso, all’ormai celebre Ikonostas, vuol dire iconostasi, in italiano, tradotto anche da E. Zolla nel 1977 per Adelphi e uscito successivamente in un numero straordinario di edizioni fino ad oggi. Più che edizioni sono ristampe, mi sembra dodicesima o quattordicesima edizione.
Zolla scelse di alterare il titolo del saggio, dall’originale Iconostasi in quello di Le porte regali, riferendosi all’ingresso centrale e principale dell’iconostasi chiuso da porte che si chiamano appunto regali, nell’usanza russa ma non in quella greca, esse, le porte regali, ammettono al santuario e direttamente all’altare.
Questo saggio fu scritto nel 1921-22 a Sergiev Posad, allora chiamato Zagorosk, il cognome di un noto rivoluzionario, particolarmente sanguinario, il villaggio che accoglie il monastero della Trinità e di S. Sergio, già menzionato, dove padre Pavel, chiamiamolo così secondo l’usanza dei sacerdoti ortodossi, si occupava dello studio delle icone appartenenti alla collezione importante del monastero.
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Leggendo Ikonostas o Le porte regali è bene ricordare queste circostanze e queste intenzioni che incidono sulla comprensione del trattato fortunato nel suo insieme. Altra circostanza, molto importante è che Ikonostas non fu mai pubblicato durante la vita di padre Pavel, uscì soltanto nel 1972 sull’ annuario del patriarcato di Mosca consacrato a studi teologici ma in una versione che risultò incompleta.
Nel frattempo una versione rozzamente abbreviata di, intitolata Icona era apparsa in russo sul Messaggero del Patriarcato moscovita, stampato a Parigi.
Fu la prima volta, se ben in forma drasticamente decurtata, che si poteva prendere conoscenza del trattato di padre Pavel, siamo nel 1969, da essa, da questo saggio intitolato Icona, non Ikonostas, da questa abbreviata versione furono tratte traduzioni in francese, in italiano da Zolla e in inglese da me stesso. Finalmente nel 1977, come già detto, vide la luce la prima traduzione di Ikonostas. Quella di Zolla in italiano, seguita nel 1981 da una traduzione polacca e nel 1985 da una ristampa importante, quasi ufficiale, in russo a Parigi.
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Solo nel 1988 uscì finalmente e in lingua tedesca la prima versione integra di questa celebre, fondamentale saggio di padre Pavel seguita da una traduzione in francese ed eventualmente da versioni russe, una delle quali brillantemente annotata.
Dal 1988 fino ad oggi sono trascorsi ben 14 anni e da allora la versione italiana originale di Zolla continua ad essere ristampata nella forma incompleta e con gli errori originali, non corretta.
Non voglio muovere un ”j’accuse” contro l’amico Roberto Calasso ma la verità è questa.
Questo malgrado il grande interesse sempre mostrato in Italia ai testi di padre Pavel Florenskij, in generale, è l’importanza da non esagerare in specie di Ikonostas, nonché al fatto che grazie a Elémire Zolla Florenskij fu introdotto ai lettori occidentale per prima in Italia. Una nuova edizione completa, cioè con tutti i passi mancanti , compresi gli errori di traduzione corretti, è stata proposta all’Istituto Benincasa di Napoli, hanno acquistato anche i diritti d’Autore dagli eredi di Florenskij , io dovevo dirigere questo progetto ma sembra che sia andato a monte. Dico queste cose a voi nella speranza di qualche consiglio, se non di complicità, questo è il più importante trattato mai scritto, almeno nei tempi moderni, riguardante l’icona e le sue implicazioni a tutti i livelli, ed è non solo un peccato, cerco una parola per non dire è una falsificazione di un testo di fondamentale importanza.
Cosa si può fare per far uscire una versione completa senza offendere né l’editore né il traduttore? Forse avete qualche suggerimento da fare.
Mi dispiace perdere tanto tempo su queste questioni testuali ma nei riguardi di un testo, così ricco e così importante dell’ Ikonostas, la prima cosa è di essere consapevoli di ciò che si legge; tutto quel che si legge nell’italiano, nelle varie versioni o è incompleto o è falso, in qualche modo.
Questi travagliati problemi riguardanti il testo di Ikonostas non finiscono purtroppo qua, come vedremo tra poco, tutti i successori di Solov ’ëv si occuparono dell’icona in un modo o in un altro. Il ruolo giocato dallo stesso Solov ’ëv nella rivalutazione e comprensione dell’icona tradizionale è ancora da studiare. Dei suoi successori i tre saggi del principe E. Trubeckoj, usciti nel 1915-17, sono i più conosciuti. Esistono anch’essi in italiano, in più di una traduzione sfortunatamente dico, forse, perché questi saggi sono viziati dall’impressionismo romantico, rappresentano l’approccio, una specie di alto giornalismo.
Dopo Trubeckoj gli scritti più fortunati sull’icona della scuola di Solov ’ëv, ben inteso, sono quelli del grande amico di Pavel Florenskij Sergej Bulgakov. Ricordate tutti, sono sicuro, il famoso doppio ritratto del pittore Nesterov di Florenskij e Bulgakov che avanzano conversando, gesticolando l’uno all’altro; Florenskij era allora già prete, Bulgakov non ancora.
Padre Sergej Bulgakov scrisse un intero libro sull’icona intitolato L’icona e la sua venerazione nel 1930 e i suoi pensieri furono in seguito riepilogati nell’opera popolarissima intitolata L’ortodossia uscita in molte lingue. Questi lavori comprendono parecchie speculazioni personali, indipendenti alcune inaccettabili dal punto di vista del pensiero tradizionale ortodosso.
Altrimenti le considerazioni basilari di Bulgakov sono prese in prestito quasi interamente da Florenskij eccettuati gli errori, ben inteso, e gli adattamenti dell’autore ansioso di aggiungere l’icona allo schema delle sue idee preferite.
Questa constatazione apre la possibilità che il saggio florenskijano del 1922 non fosse soltanto conosciuto dagli amici ma che una copia o versione fosse portata all’estero nello stesso anno o nel seguente allorché Bulgakov partì in esilio.
Se questa derivazione, chiamiamola tale, non è stata ancora notata si deve al fatto che le idee fondamentali di Florenskij sull’icona non furono conosciute prima della pubblicazione di Icon, quella versione abbreviata e tagliata del 1969, mentre quelle di Bulgakov furono ampiamente diffuse ben quarant’anni prima.
Dei tre Trubeckoj, Bulgakov e Florenskij fu solo Pavel Florenskij, colui che rimase indietro, che fornì una considerazione dell’icona metafisicamente precisa e completa e nel contempo personale e impeccabilmente tradizionale.
Padre Pavel propone l’icona quale forma sacramentale che manifesta un prototipo rivelato. Non è il risultato, salvo nel senso secondario, dell’immaginazione artistica o dell’impulso teurgico, termine di moda presso Solov ’ëv e i successori.
Similmente l’icona è un oggetto teleologico, non teologico ma teleologico, totalmente significante e libero dall’associazionismo letterario di Trubeckoj. Non fu per niente che Florenskij anticipò gli strutturalisti e semiotici recenti che trattano l’icona e gli altri aspetti del culto ortodosso come insiemi oggettivamente necessari e interdipendenti.
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...versione parziale e provvisoria: il testo completo verrà pubblicato prossimamente